Habemus Baldini

Perché è tornato?
“Non ho la risposta, ho detto subito di sì. L’ho detto anche a Tom, non c’è una ragione per cui lasciare la qualità della vita di Londra e il lavoro che avevo, soprattutto per tornare in un posto dove tutti sono contro tutti, come qui. Ho detto di sì e basta”.

Primo problema grosso?
“I biglietti. E’ difficile spiegare alla proprietà americana dove non c’è la cultura del biglietto omaggio, per esempio. In Inghilterra pure sono diverse le cose, coloro che sono più facoltosi spendono di più, com’è giusto, mentre qui si chiedono biglietti gratis. Sono tutte piccole cose che si possono fare. Piccole cose che messe tutte assieme possono indicare un percorso diverso. Se sei qualcuno non devi volere un biglietto omaggio, compratelo. Io nemmeno non avrò un biglietto omaggio, nemmeno per chi vorrò invitare. Mi farò tanti nuovi amici”.

Rinnovo De Rossi?
“Ho parlato con Daniele ma non è lui ovviamente il mio interlocutore, è il suo agente Sergio Berti. Erano tanti anni che non lo vedevo, è maturato. Gli ho detto che se lui ha anche solo la metà della voglia di restare rispetto alla volontà della società di tenerti troveremo un accordo”.

Cosa vi siete detti con Totti?
“Complimenti ai tecnici della Roma per il photoshop della foto…scherzo ovviamente (ride, ndi). Gli ho chiesto se veramente lui avesse letto bene l’intervista. Io ci ho visto amore in quelle parole. Avevo detto che un giocatore di 35 anni potesse giocare anche altri 5 anni, tantissimo, se smette di lasciarsi usare. In questo è pigro. Ma anche io come società nel 2004 l’ho usato per metterci la faccia nella ricapitalizzazione. Quante volte è stato usato per cose non inerenti al campo. Quando sono anti i problemi con Luis Enrique l’ho poi contattato via sms. Cercherò di chiedere a lui quello che chiederemo agli altri giocatori, o poco in più, ma non tutto ciò che gli è stato chiesto in questi anni. Bisogna lasciarlo pensare solo al campo. Rivoluzione è anche ricerca di normalità. Nei giorni seguenti l’intervista avrei potuto chiarire il tutto ma ho preferito che se ne parlasse di questa cosa, sebbene io abbia preso poi degli insulti. Il chiarimento con lui poi è stato facile. Lui per primo credo voglia essere liberato da questa sovrastruttura”.

Tornare è una rivincita?
“Rivincita significa aver perso prima. Ho avuto da questa città un amore sconfinato dai tifosi, anche troppo”.

Tornare e non trovare Moggi per esempio..
“No, no, lui non mi è mai mancato lo vedo sempre in tribunale ma non voglio parlare di questo. Non c’è nessuna rivincita, sono andato via nel momento giusto anche perché a breve sarei stato mandato via. Non potevo continuare a sostenere una politica che all’interno era cambiata, legittimamente cambiata, e non potevo trovarmi a sostenere delle cose contrarie a quello che avevo sempre detto”.

Lei si sente un Don Chisciotte o questi anni lontani dall’Italia l’hanno smussata un po’?
“Quando uno è sciocco lo è 24 ore al giorno. Io temo di avere questo tipo di sindrome. Non sono cambiato, ho persino realizzato che quello che sembrava utopia forse è un pochino più realizzabile. Ho visto che in Spagna un calcio migliore rispetto all’Italia. In Inghilterra ancora migliore. Abbiamo anche bisogno delle utopie”.

Secondo lei esiste una casta del calcio in Italia? E se lei avesse un mandato per fare delle cose, cosa farebbe per cambiare il calcio in Italia. Il modello Juve secondo lei può essere un esempio o la Roma è diversa?
“Quando pensavo che ci fosse una casta l’ho detto, ora non so se le cose sono cambiate. Non posso dare certi giudizi, sono appena tornato. Io non ho soluzioni in tasca, voglio solo vedere passo dopo passo cosa si può fare. L’Udinese vuole fare uno stadio senza barriere, la Fiorentina due anni fa propose il terzo tempo tra i giocatori, sono tutte cose che possono rendere migliore il nostro calcio. Dobbiamo cercare un senso di giustizia per capire qual è la cosa migliore da fare e qual è il momento giusto. Voglio cercare quanti più segnali per istruirci, ma non do giudizi sugli altri”.

Qual è la cosa che ha fatto all’epoca della Roma e non rifarebbe e viceversa?
“Ciò che vorrei riuscire a fare questa volta è mettere il bene della società al primo posto rispetto al bene personale. Penso sia questo il modo per non sbagliare mai. Nei momenti critici l’istinto di sopravvivenza porta a difendere se stessi piuttosto che la società. A volte ho avvertito questo bisogno e non nego che forse lo avrei fatto, ma anche in questi momenti vorrei riuscire a mettere sempre e comunque la società prima di me”.

Luis Enrique ha definito la Roma ancora una poppante. Secondo lei cosa può diventare questa squadra?
“Una squadra, un concetto, una filosofia di gioco. Deve rendere l’andare allo stadio un piacere, deve dare una ragione per andarla a vedere. Abbiamo cominciato con un programma nuovo sui giovani. Preferisco parlare di idea più che di un progetto. La nostra idea è quella di puntare sui giovani per costruire ciò che oggi è ancora una bozza e che un domani può diventare più completo. Così con una società consolidata e gli acquisti giusti anno dopo anno possiamo crescere. Abbiamo bisogno di sostenere questa idea, e sullo sfondo c’è la possibilità di competere e vincere”.

Su Totti: avete relamente rischiato di perderlo? Servono davvero due anni come dice Sabatini per vincere o cinque come dice Totti? Luis Enrique è un tecnico già top? Come lo ha scelto?
“Mai pensato di perdere Totti. Sabatini ha detto di poter vincere in due anni e Totti in cinque. Io non lo so. Vorrei costruire una squadra che ci metta il minor tempo possibile, ma non si può sapere. Alla fine di questo anno si potrà essere più precisi. Magari l’anno prossimo con due-tre acquisti potremo sapere cosa fare. Non mi va di dare scadenze, sappiamo che il progetto è di medio-lungo termine, aspettare 2-3 anni non sarà un problema. Luis Enrique nella panoramica di nomi che analizzavamo con Sabatini mi fu consigliato da lui e mi sembrò buono. Andai a parlarci per capire il tipo di persona che era e gli dissi che avrebbe avuto la discussione con Walter per la parte tecnica. Parlai anche con Guardiola per portarlo a Roma, ma mi disse magari fra qualche anno. Luis Enrique mi piacque subito. È forte, ha carisma e i fatti mi hanno dato ragione. È una persona meravigliosa e ha un grande ascendente sui giocatori e con qualità e rispetto si è guadagnato la fiducia dei giocatori. Ieri per esempio ha visto il cattivo tempo ed è partito alle 5 per stare alle 7 a Trigoria. È alla sua prima esperienza, sbaglierà e ci ragionerà sopra. Il vero delitto non sta nel commettere sbagli, ma nel commettere sbagli e non trarne giovamento. Secondo me ha tutte le caratteristiche del grande allenatore, certo servono i risultati, ma i risultati non può averli da solo e noi dobbiamo fornigli i mezzi”.

Ha chiesto un nuovo stile nei confronti della classe arbitrale, la Roma si è sprovincializzata? È cambiato anche lei?
“Era difficile non cambiare andando a Madrid e Londra. Spero di essere cambiato io e spero e credo che sia cambiato anche il modno che sovrintende la classe arbitrale. Io non ho imposto nulla. Ho parlato con Luis Enrique e gli ho detto che mi sarebbe piaciuto che non si parlasse di arbitri e lui era d’accordo. Era l’unica cosa tecnica di cui abbiamo parlato. Per il resto abbiamo parlato solo dal punto di vista umano. Poi abbiamo parlato del ruolo importante del settore giovanile.
Non è che ci siano delle imposizioni, ma se si danno dei messaggi speri sempre che questo possa passare, così come un calcio meno velenoso”.

Il suo arrivo è stato accolto come quello di un grande campione. La spaventa tutto questo credito?
“Da morire. Non so come nasconderla la paura, ma ci devo convivere. La responsabilità è tanta, è una cosa completamente nuova per me. Io sono abituato ad andare in posti da perfetto neofita o in ruoli marginali e poi a conquistarmi le cose lavorando. Qui succede l’inverso, arrivo come uno che sulla carta può risolvere chissà quali problemi e magari mi confronterò col fatto di non farcela. Sarei bugiardo a dirmi che questo non mi fa paura, ma me ne farò una ragione”.

Come farete a far fronte a richieste economiche di giovani che potrebbero esplodere?
“Intanto speriamo che lo facciano, poi vedremo come poter ovviare. Il discorso è ampio, non so se possiamo risolverlo in poche battute. Non c’è soltanto un’aumentata richiesta dei giocatori, speriamo che nel contempo ci sia un aumentato ricavo da parte della Roma. Ci sono attività che stanno studiando come ottenere più ricavi e speriamo di poter fare il salto di qualità con la realizzazione dello stadio, che sarà molto importante come è importante mantenere la sensazione di stare costruendo qualcosa fino al momento in cui si potranno aumentare i ricavi con lo stadio”.

Che situazioni ha trovato? Come pensa di cominciare dopo i due obiettivi falliti?
“L’ho trovata comunque in un ambiente dove viene concesso straordinariamente del credito verso questo tipo di idea. E’ un patrimonio da non disperdere. Nonostante il derby perso e l’eliminazione dall’Europa c’è pazienza e questo non è usuale. Questo tipo di illusione è una cosa a cui badare con cura ed è una bella sensazione, mi aspettavo che ci fosse meno credito e fa piacere, perché evidentemente qualcosa è stato invitato”.

E’ possibile coniugare il modello americano a quello inglese e spagnolo?
“Non lo so, ognuno porterà il suo punto di vista. Non c’è l’imposizione di un modello sopra un altro, non sono tutti mondi dorati gli altri, hanno tutti vantaggi e problemi da risolvere. La tendenza dev’essere quella di prendere buone esperienze, da qualsiasi parte maturino. Non so quali indicazioni daranno”.

L’impatto che ha avuto Luis Enrique era quello che si aspettava?
“E’ quello che avevo immaginato e sapevo che sarebbe stato difficile. La prossima partita che perderemo sembrerà non esserci stato. Mi dà molta soddisfazione, il rapporto con il calcio italiano è una conseguenza”.

Quanto tempo fa i primi contatti con la nuova società?
“Le avvisaglie di trattative sono state intorno dicembre-gennaio. Una telefonata l’ho avuta intorno a marzo e il primo incontro l’ho avuto a Firenze ad aprile. Dopodiché ci siamo rimandati ad aspettare il closing, poi l’ho incontrato e ho incontrato Pallotta, perché non ho mai conosciuto Ruane e D’Amore”.

Quanto c’è di Baldini nella Roma attuale?
“C’è la persona che ha messo a disposizione di Luis Enrique i giocatori. Mi assumo la responsabilità della scelta di Sabatini, di Fenucci e di Gemignani, di tutta la parte che dovrà operare”.

Cosa manca alla Roma per arrivare nell’elite del calcio europeo?
“Questo è un mestiere dove si fanno tante cose e se ne sbagliano in proporzione. Ci sono esperienze da inserire nel contesto in cui si va a operare. Credo che questa società abbia tutte le potenzialità, non so quanto tempo ci voglia. Se nel mondo abbiamo società come il Liverpool che hanno storie straordinarie ma che non dovrebbero avere in relazione alla città, con il tempo e gli investimenti giusti credo che nel giro di qualche anno la Roma possa avere un bel futuro. C’è tanta italianità nel retro pensiero degli americani, ma è gente che vuole fare un investimento”.

Ci sono delle priorità sul da farsi?
“Sono arrivato nel momento in cui era stabilito che potessi farlo. Non c’è stato nessun cambiamento dal programma originale. E’ stato chiaro fin da subito che non sarei potuto arrivare prima. Le priorità sono intanto quella di risolvere il contratto di De Rossi e il problema di Totti, poi quelle di fornire strumenti alla squadra per esprimersi nel migliore dei modi. Quella di De Rossi potrebbe essere definita una priorità vista la scadenza del suo contratto”.

C’è stata la possibilità di un ritorno di Capello?
“Mai stata e mai glielo avrei proposto. Ci sono tipi di percorso da fare e tipi di allenatori da scegliere. Capello ha fatto carriera avendo come priorità la possibilità di competere subito, lui andò via perché c’era qualcosa da ricostruire. E’ un gestore di talenti per forza, carisma e personalità, ma ha sempre avuto come impostazione squadre fatte da tanti campioni. Qui siamo agli albori di un’idea che deve trovare corpo strada facendo, se avesse trovato una squadra di 12 fuoriclasse l’avrei affidata a lui, ma questo non è il progetto da affidargli”.

Ha sentito qualche “pedalata”?
“Le avvisaglie sono arrivate in tanti modi, io sarò sempre disponibile al confronto, voi troverete in qualsiasi momento la possibilità di confrontarvi. La critica rimane lì e fa male, ma è il motivo per il quale si possono migliorare le cose a mente fredda. Quello che non è utile sono le calunnie e le diffamazioni e le falsità, troverete sempre disponibile un interlocutore per appurare che le notizie che fornite sono un minimo attendibile, meno quando scrivete falsità”.

C’è la possibilità di poter fare lo stadio?
“Ovviamente non è qualcosa che si può ottenere ora, ma che si deve ottenere. Il modello calcio senza nessun bene immobile reale non può più sostenersi, il mondo ci dimostra che bisogna saper gestire una casa dove svolgere l’attività. Sono sicuro che ce la faremo, meno sui tempi”.

C’è qualcosa da cambiare nei rapporti con la classe arbitrale?
“Non è nei rapporti con la classe arbitrale che ci dev’essere un cambiamento, ma c’è una percezione della classe arbitrale che va cambiata. Non va considerata una parte determinante ma accessoria. E’ un fatto sostanziale e non estetico: se i miei calciatori percepiscono l’arbitro come una parte accessoria, pensano a giocare e non gli viene concesso nessun alibi. I giocatori non devono avere giustificazioni ma devono essere loro per primi a percepire certe cose”.

Cosa si aspetta dai tifosi e dall’ambiente?
“C’è solo l’aspettativa di avere un po’ di pazienza. Sembra che questo tipo di pazienza ci sia stata concessa, ma già lo sapevo. Mi aspetto quello che sento, che paradossalmente Roma è la piazza adatta per provare un ragionamento simile. La romanità è uno stato dell’anima, non è un qualcosa che posso avere. I tifosi non siamo noi che lavoriamo, noi siamo gente che vuole il massimo dal suo lavoro. Il tifoso vero è quello per il quale il tifo è un costo, sia in termini economici che emotivi. Se vinciamo la partita sono il primo tifoso e se la perdiamo sono il primo ad abbattermi, ma è una cosa personale. I tifosi si aspettano una squadra con un valore sportivo importante, che si può raggiungere solo se ci sono risultati”.

Lei possibile vicepresidente?
“No, giovedì ci sarà l’assemblea dove verranno stabilite le cariche”.

Chi si porterebbe con sé dal calcio inglese?
“Mi porterei Rooney, mi fa impazzire in tutti i sensi”.

Chi è il “Moggi” della situazione tra lei, Fenucci e Sabatini?
“Fenucci, per il suo incarico, è Giraudo. Io per i capelli bianchi sono Bettega, quindi Sabatini…”

Ha mai avuto la sensazione che l’impegno degli americani sia finalizzato soprattutto alla costruzione dello stadio e che in caso di problemi potrebbero disimpegnarsi?
“Ho chiesto: “Voi volete fare una speculazione?” Pallotta mi disse: “Io i soldi li faccio coi fondi di investimento, non li faccio con la Roma. Voglio fare una cosa di buono in Italia”. Non ho percepito che se questo non fosse possibile se ne andrebbero, ma è una cosa possibile. Non potrei dirmi sorpreso se, in caso in cui lo stadio fosse definitivamente accantonato, se ne andassero. Uno ci deve quantomeno provare, vale anche per me. Nel momento in cui una cosa non va bene, me ne vado. Si segue un’idea e non una scadenza programmata. Bisogna dare forza e alimento a un qualcosa che pensiamo sia giusto”.

Cosa è uscito dal “tavolo del dibattito” su Totti?
“Tante offese, prima di tutto. Ho appreso che delel cose si può parlare. Non è che se Totti è il miglior giocatore degli ultimi 30 anni del calcio italiano e dice che quell’albero è verde tutti debbano pensare che è verde, nonostante sia giallo. Se ne può parlare delle cose, non è un qualcosa di scontato se viene da una parte o dall’altra. Non c’è nessuna offesa, è una possibilità di discussione. La verità viene fuori attraverso i confronti e non per grazia divina. Con Totti si può parlare facilmente”.

Il tifoso della Roma cosa deve aspettarsi?
“Deve sperare che l’idea prenda corpo e che si vede la squadra che potrà essere, con questo tipo di gioco. Deve sperare di vederlo consolidato durante il tempo”.

Che sensazioni hanno provocato le parole di De Rossi?
“Ci piacerebbe arrivare a fare il contratto con le possibilità concesse dalle nostre finanze. Non credo che con i soldi eventualmente risparmiati potremmo prendere giocatori più forti”.

Nei match-clou i biglietti costeranno sempre di più?
“Nella presentazione della campagna abbonamenti era stato spiegato che in certe partite ci sarebbero state maggiorazioni, assolutamente inferiori a partite analoghe in altri stadi. In Lecce-Milan una curva costa 30 euro, a Roma-Milan 22. Era stato detto per incentivare la gente ad abbonarsi. Questa è stata la spiegazione che mi è stata data e la giro”.

Cosa ha avuto in più la Roma rispetto a un paio di club inglesi che l’hanno corteggiata più?
“I club hanno avuto torto di arrivare tardi, avrei potuto sottoscrivere qualsiasi accordo non avendolo fatto a tutt’oggi con la Roma. Fa parte di quelle situazioni che non mi so spiegare”.

La firma del contratto?
“Mi metterò a sedere con i rappresentanti del CdA, ma non ho mai discusso di questo. So che il mio lavoro ha un buon bilanciamento tra quello che vieni pagato e quello per cui vieni pagato. So che ci sono lavori più pagati per meno responsabilità e una miriade di lavori per cui hai più responsabilità e vieni pagato meno, quindi sarò contento del contratto che mi sarà fatto”.

Intendete perseguire la linea contro la Tessera del tifoso?
“Sì, nella legalità cerchiamo di mettere in piedi strumenti che possano rendere lo stadio il più frequentato e frequentabile possibile. Cercheremo di rendere le partite più visibili possibile. In Scozia lo spettacolo calcistico è da Serie C, ma l’ambiente è pazzesco. Molto della concezione per cui il calcio italiano è meno attraente è l’atmosfera, molto dà l’ambiente circostante. La strada che vorremmo percorrere è quella di voler rendere frequentabile lo stadio”.

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