Pietro, Paolo, Giovanni e gli altri apostoli

Pietro, Paolo, Giovanni e gli altri apostoli devono aver avuto una pressione incredibile sulle loro spalle nel momento in cui sono stati chiamati a portare la parola di Cristo nel mondo e la salvezza dell’umanità. Li potete immaginare i media dell’epoca? “Muore Messia. Chi ci condurrà al Paradiso?”… “Pietro, ultima chiamata”. Povero Pietro, che stress…

Ora immaginate di essere ragazzini di 18, 19, 21 anni e di essere chiamati a tradurre in realtà l’utopia del nostro tempo: un calcio nuovo. Compito certo non altrettanto importante ma lo stesso duro. Dover sentire vagheggiare in ogni conferenza stampa di un’età dell’ora in cui il miele zampilla dai palloni della Nike e difensori restano imbambolati a guardare gli avversari giocare mentre gli attaccanti segnano da soli…  Sogno di cui siete obbligati a essere ambasciatori, tradurre in realtà – leggi sudore e gol – un sogno, uno che nessuno ha mai osato sognare: non è il Barcellona, non è il Man U tanto meno il Real. È qualcosa che nessuno ha mai visto. Appunto il Regno dei cieli.

 

Au contraire, riflettete su un onesto lavoratore di centrocampo, un falegname della difesa o anche un artista del ricamo che a 33, 34 o 35 anni deve mettere in discussione l’amata pagnotta impastata sui campi, spesso fangosi, di mezza Europa, lasciare tutto, i rassicuranti tagli di Perrotta o le liberatorie gomitate all’avversario, per una non meglio identificata profezia.

Mettete tutto questo insieme ed ecco una squadra sull’orlo di una crisi di nervi, che gira, perduta, e  non riesce a trovare la Terra promessa. Ecco allora i litigi, le espulsioni.

 

Io l’altra sera ho visto la Terra Promessa: ho visto ragazzi da Under21 muoversi come una cosa sola, in possesso ma soprattutto senza il possesso palla. Ho visto senatori gestire il raggio d’azione per rendere pregna di qualità ogni singola giocata. Ho visto armoniosi movimenti difensivi, con dieci anime indiavolate muoversi dentro la metà campo avversaria andando a caccia del pallone con la schiuma alla bocca, anzi ai piedi. È il Borussia Monchengladbach. Li allena uno svizzero di 54 anni che ha vinto due titoli in patria, Lucien Favre.. È arrivato lo scorso febbraio quando i Puledri sembravano destinati alla retrocessione. Da quel momento a oggi sono la seconda squadra della Bundesliga per punti fatti.

Insomma, un calcio non messianico è possibile come è possibile senza mental coach cercare di gestire pressioni, insicurezze e paure. Visto poi che il mental coach non ci riesce. Basterebbe smettere di parlare della Terra promessa e mettere i piedi per terra.

A Firenze la partita è stata sì decisa dagli episodi ma ormai a dicembre è possibile anzi doveroso dire alcune cose sulla Roma:

-Non difendiamo di squadra, difendiamo in due, forse 3;

-Se non fosse per il possesso palla (sterile) non si vede la mano dell’allenatore se non…

-nelle cervellotiche formazioni. Ma la scelta di Cicinho, esattamente, di quale piatto digerito male è figlia? Perché cambiare in continuazione? Perché gente fuori ruolo (e potrei fare il bis dell’editoriale della settimana scorsa su Lamela e Pjanic ma preferisco soffermarmi su Jose Angel centrocampista…)? Ma come ti viene in mente? Lo spagnolo era evidentemente un pesce fuor d’acqua senza lo spazio di fronte a su cui sfogare il proprio eclettismo.

Non parlo di Totti perché in questo panorama disarmante, alla constatazione che a questo punto perfino Arrigoni è riuscito a mettere la propria mano sul Cesena, mentre Delio Rossi alla Fiorentina ha già cambiato qualcosa (penso ai corner, ad esempio, e un recuperato senso pratico per la tattica), non posso non rilevare che della Terra Promessa non c’è nulla e che per uno che urla al mondo il suo interesse al calcio offensivo, noto una disarmante assenza di schemi offensivi, ripetitivi attitudini nei movimenti che aprano spazi. A meno che per calcio offensivo non ci si riferisca alle parolacce che ormai gli piovono addosso.

Quindi: che fare? Se non fosse Luisenrico che si dà le bottigliate sulle palle come Tafazzi, io propenderei per l’attesa. La partita è stata decisa dall’episodio dell’espulsione di Juan. Era palese che recuperare era una mission impossible. Un senso di impotenza tecnica ci pervade. Ma il punto è: la squadra è colui? Oppure è presa dentro una crisi nervosa perché non riesce a diffondere il verbo del Profeta? La frustrazione per un gioco atteso ma che tarda a manifestarsi sta rendendo elettrico l’ambiente: pugni, espulsioni, musi lunghi. Si puó andare avanti così?

2 pensieri su “Pietro, Paolo, Giovanni e gli altri apostoli”

  1. No, non si può andare avanti così. L’asturiano l’hanno già ingoiato, digerito e poi sputato quello che ne rimaneva. La domanda è piuttosto come andare avanti da qui in poi.

  2. o la dirigenza prende de petto la squadra, autorizza LE a fare fuori quelli che remano contro anche a costo di giocare con Viviani e Caprari… una sorta di quello che fece il Milan con Sacchi, Berlusconi che entra nello spogliatoio e dice “Signori, questo è l’allenatore del Milan del prossimo anno, voi non so se sarete ancora qui” oppure tanto vale cambiare… Hiddink.
    Come ho scritto: non avessi visto Cicinho in campo insieme a tanti indizi che questo non capisce un cazzo sarei per dare ancora tempo

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